La nuova peste e la nuova Europa

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Come la fine del comunismo negli anni Novanta ci ha regalato l’Unione monetaria e l’euro, la fine dell’ultraliberismo e della globalizzazione incontrollata indotta dall’epidemia sta facendo da incubatore alla nascita dell’Unione politica. Quale la posta in palio per l’Italia?

Dal dopoguerra in poi l’Europa è sempre avanzata sotto la spinta di shock esterni (decolonizzazione e crisi di Suez; embargo petrolifero; fine della guerra fredda e caduta del comunismo; crisi finanziaria del 2008 etc.)

L’epidemia di Covid è un potentissimo shock esterno, che però coincide con altri tre cambiamenti traumatici di cui l’Europa è spettatrice passiva: la fine della leadership americana; la nascita di conflitti commerciali che mettono in forse l’economia della globalizzazione; l’emergere di “democrature”, fuori e dentro i confini Ue, che rimettono in discussione i valori dello Stato liberale, mentre le potenze esterne alla Ue alimentano movimenti populisti e anti-europei.

Le conseguenze di tale “tempesta perfetta” ad opera di questi quattro cavalieri dell’apocalisse ha numerosi effetti sull’Europa e su alcuni stati membri: recessione generalizzata ma asimmetrica; fortissimo rischio di default per almeno due grandi stati membri come l’Italia e la Spagna; accentuazione delle tendenze centrifughe per l’accresciuta influenza di potenze esterne come la Russia e la Cina; fine della “pax Americana” che genera tensioni con la Turchia e con la Russia e guerre ai confini (Libia, Siria); rimessa in discussione del progetto che aveva sedotto la Gran Bretagna, e parzialmente anche la Germania, di poter navigare da soli sul mare della globalizzazione forti della propria potenza finanziaria (Londra) o industriale (Berlino) facendo a meno dell’Unione europea. Impossibilità di costruire una identità politica europea sulla base di valori fondanti e condivisi da tutti i Paesi.

Tutte queste considerazioni sono alla base della profonda evoluzione del pensiero politico tedesco, innescata dalla sentenza anti-Ue della Corte di Karlsruhe, che ha portato la Cancelliera ad abbracciare le tesi federaliste di Macron.

La svolta della Germania ha portato e porterà una serie di importanti novità. Sostegno alla Bce nei suoi interventi straordinari. Proposta del fondo da 500 miliardi di grants per evitare i default e finanziare la ripresa dei Paesi più deboli. Potenziamento del bilancio comune e del ruolo di Commissione e Parlamento. Accettazione e accelerazione del processo di revisione dei Trattati in senso federale, che porterà verosimilmente ad un regolamento di conti con il fronte dei Paesi sovranisti e alla formalizzazione di un nucleo più integrato.

Problemi per l’Italia. Capire che già ora, senza l’intervento della Bce e dell’Europa, saremmo in default e che tale rischio è allontanato ma non estinto.  Investire i fondi europei non per aumentare le spese e i finanziamenti a pioggia ma per un progetto coerente di rinnovamento economico che tolga il Paese dalla lista nera della competitività. Rendersi conto che la riforma dei Trattati dividerà l’Europa e che, se alle prossime elezioni dovessero vincere le forze sovraniste e anti-europee, non saremmo in grado di restare nel nucleo centrale. 


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